[Difro] Cass. 37305/2018 sulla durata del divieto di reingresso conseguente all’espulsione giudiziale

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snpen&id=./20180801/snpen@s10@a2018@n37305@tS.clean.pdf
Il divieto di reingresso conseguente all’espulsione giudiziale non è soggetto al termine massimo di cinque anni previsto per l’espulsione amministrativa.

L’espulsione giudiziale disposta ex art. 235 c.p. è una misura di sicurezza in senso stretto, di carattere non detentivo, finalizzata al controllo della pericolosità del soggetto e che va eseguita dopo l’espiazione della pena.
Essa ha natura concettualmente e strutturalmente diversa dalle espulsioni di tipo amministrativo (che risultano collegate alla irregolarità della posizione giuridica dello straniero sul territorio dello Stato) o a quelle che sono assunte con funzione alternativa o sostituiva della pena e che rivestono il carattere di modelli, in definitiva, alternativi all’esecuzione penale.

Mentre le misure amministrative hanno essenzialmente lo scopo di assicurare il controllo della presenza dello straniero sul territorio e di un possibile contrasto ai profili amministrativi della pericolosità sociale, l’espulsione come misura di sicurezza, disposta dall’autorità giudiziaria (prescindendo dalle sanzioni sostitutive o alternative alla detenzione) ha la tipica funzione del controllo della pericolosità cd. post delictum, nella logica del doppio binario, cui è ispirato il sistema sanzionatorio prescelto dal codice penale. Essa è, pertanto, collegata alla commissione di un fatto reato e alla pericolosità sociale del suo autore. Non ha funzione di contenimento e di controllo della regolarità della presenza sul territorio dello Stato. La mancata previsione, dunque, di un termine di durata massimo è in intimo e naturale collegamento con la gravità del fatto e con lo spessore di pericolosità soggettiva che da esso si inferisce. In ciò risiede la ragione della astratta mancata previsione del termine massimo e della mancata equiparazione agli altri modelli di controllo, che al contrario prevedono il quinquennio come limite di durata non valicabile.

Non ricorre, pertanto, un’ipotesi in un cui la misura di sicurezza dell’espulsione determina un effetto permanente a carico dello straniero che la subisce, a differenza delle altre misure personali, che prevedono un termine minimo di durata con un riesame di pericolosità alla scadenza. La regola di revocabilità della misura, ai sensi dell’art. 207 cod. pen., opera pieno iure e si lega al venir meno dei presupposti legittimanti, applicandosi anche alle misure istantanee come l’espulsione e non alle sole misure di durata, attraverso, appunto, il riesame della pericolosità.

Il termine massimo del divieto di reingresso previsto per l’espulsione amministrativa non può quindi essere applicato in via analogica all’espulsione giudiziale, della quale può essere chiesta la revoca.

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