Cass. 5358/2019 su esclusione della protezione internazionale per grave reato, protezione umanitaria per condizioni carcerarie

Il diritto al riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria non può essere concesso, rispettivamente ai sensi degli artt. 10, comma 2, lett. b), e 16, comma 1, lett. b), del d.lgs. n. 251 del 2007, come modificati dall’art. 1, comma 1, lett. h) e I), n. 1, del d.lgs. n. 18 del 2014, a chi abbia commesso un reato grave al di fuori dal territorio nazionale, anche se con un dichiarato obiettivo politico, così come, per identità di ratio, non può essere riconosciuta la protezione per motivi umanitari. Tale causa ostativa, in quanto condizione dell’azione, deve essere accertata alla data della decisione e, involgendo la mancanza dell’elemento costitutivo previsto dalla suddetta legge, può essere rilevata d’ufficio dal giudice, anche in appello.

La predetta esclusione richiede l’accertamento dell’avvenuta commissione di reati fuori del territorio italiano, da qualificarsi gravi alla luce del parametro della pena edittale prevista dalla legge italiana per quel reato.

A fronte dell’accertata commissione del reato grave non sussiste una facoltà di apprezzamento discrezionale circa la concessione della protezione internazionale. Certamente il giudice del merito non può sottrarsi alla delibazione della fondatezza dell’addebito criminoso, ma non è certamente necessaria la sussistenza di una condanna passata in giudicato. La norma, infatti, si riferisce alla sussistenza di fondati motivi per ritenere che lo straniero abbia commesso il grave reato.

La preclusione della protezione internazionale sancita dagli artt. 10, comma 2, lett. b), e 16, comma 1, lett. b), del d.lgs. n. 251 del 2007, a chi abbia commesso un reato grave al di fuori dal territorio nazionale, opera in linea di principio, per identità di ratio, anche per la protezione per motivi umanitari.
Ciò non significa peraltro che il rischio di sottoposizione alla pena di morte nel Paese di provenienza, o anche solo il rischio di subire torture o trattamenti inumani o degradanti nelle carceri del proprio Paese, possa essere ignorato dal Giudice.

Alla luce dei principi costituzionali (art. 27 Cost. e art. 3 CEDU), attuati con l’art. 19 comma 1.1 del d.lgs. 286/1998 (ma validi e applicabili anche in assenza di tale norma), in nessun caso può disporsi l’espulsione o il respingimento o l’estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura, tenendo anche conto all’uopo dell’esistenza, in tale Stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani. Ciò che assume rilievo a tal fine non è la mera commissione del grave reato in Patria ma il rischio concreto della sottoposizione per effetto dell’incarcerazione conseguente all’accertamento del reato a trattamenti inumani, degradanti o alla tortura.

La situazione meritevole della protezione residuale ben può essere ritenuta ricorrere con riferimento al rischio di subire una condanna a morte o un’incarcerazione, anche a vita, in condizioni inumane e degradanti, o trattamenti di tortura.

 

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20190222/snciv@s10@a2019@n05358@tO.clean.pdf

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