Cass. 50487/2019 su espulsione come sanzione alternativa alla detenzione; richiesta di rilascio del permesso di soggiorno dello straniero detenuto; divieto di espulsione e convivenza con parenti cittadini italiani

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Cass. 50487/2019 su espulsione come sanzione alternativa alla detenzione; richiesta di rilascio del permesso di soggiorno dello straniero detenuto; divieto di espulsione e convivenza con parenti cittadini italiani
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L’espulsione dello straniero non appartenente all’Unione europea, identificato, irregolare, il quale sia stato condannato e si trovi detenuto in esecuzione di pena, anche residua, non superiore a due anni per reati non ostativi, prevista dall’art. 16, comma 5, d.lgs. n. 286 del 1998, e successive modificazioni, ha natura sostanzialmente amministrativa e costituisce una misura alternativa alla detenzione atipica, della quale è obbligatoria l’adozione in presenza delle condizioni fissate dalla legge.
A fondamento della disposizione vi è l’esigenza di ridurre la popolazione carceraria. Per tale ragione ne è esclusa l’applicazione a quanti, in relazione alla pena da espiare, si trovino già sottoposti a una misura alternativa in senso proprio, o al regime di arresti domiciliari esecutivi di cui all’art. 656, comma 10, cod. proc. pen., mentre non è di ostacolo la sola applicazione dei benefici del lavoro esterno e dei permessi premio. La legge persegue l’obiettivo facendo in modo che fuoriescano dal circuito penitenziario, e siano subito reimpatriati, i condannati comunque non reintegrabili nella comunità nazionale, perché sprovvisti di titolo per rimanervi, già non avviati a percorsi proficui di risocializzazione e per i quali non sussistano prevalenti esigenze di tutela della loro incolumità e salute o delle loro relazioni familiari, esigenze espresse, principalmente, dall’art. 19 T.U. imm. (così come di recente integrato per effetto della legge n. 110 del 2017 e del dl. n. 113 del 2018, conv. dalla legge n. 132 del 2018), a tal fine espressamente richiamato dal comma 9 del precedente art. 16.
L’espulsione va confermata se il detenuto risulta, al momento della decisione del Tribunale di sorveglianza, definitivamente ristretto in istituto, anche a seguito di revoca di misura alternativa che sia intervenuta in pendenza del giudizio di opposizione.
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La condizione detentiva non è giuridicamente di ostacolo alla presentazione della domanda amministrativa, alla luce delle generali facoltà accordate dall’art. 123, comma 1, cod. proc. pen.
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L’art. 19 T.U. imm. prevede, come ostativa all’espulsione, al comma 2, lett. b), la situazione di convivenza pregressa del detenuto con parenti, di primo o secondo grado, o con il coniuge, di nazionalità italiana.
Quel che rileva appare, in tutta evidenza, la situazione di convivenza, così qualificata, preesistente alla carcerazione.
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Con l’abolizione dell’art. 5, comma 6, T.U. imm. è venuta meno ogni possibilità di assegnare rilievo, in sede di espulsione, alle circostanze di fatto che costituivano il presupposto per l’eventuale riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

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