[Difro] Cass. 13990/2018 sulla partecipazione dello straniero trattenuto all’udienza di convalida

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20180531/snciv@s10@a2018@n13990@tS.clean.pdf

La corte di cassazione ribadisce:

1) Il cittadino straniero ha l’interesse ad ottenere l’annullamento del decreto di convalida del trattenimento anche se il trattenimento è nel frattempo cessato, sia per il diritto al risarcimento derivante dall’illegittima privazione della libertà personale, sia al fine di eliminare ogni impedimento illegittimo al riconoscimento della sussistenza delle condizioni di rientro e soggiorno nel territorio italiano.

2) La presenza dell’interessato all’udienza di convalida del trattenimento è necessaria e indefettibile, e la sua assenza, in mancanza di indicazione delle ragioni e di una motivazione atta a ritenere giustificata tale assenza, integra difetto assoluto di motivazione che costituisce, di per sé, vizio sufficiente all’annullamento del provvedimento impugnato.

[Difro] CGUE su diritto di soggiorno dei familiari di cittadini UE e coniuge dello stesso sesso

 La libera circolazione delle persone nei 28 paesi dell’Unione garantisce il diritto dei coniugi – a prescindere dall’orientamento sessuale – a vivere e a lavorare nello stesso paese anche se quel paese non riconosce il matrimonio egualitario. Quindi gli Stati membri sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, ma non possono ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell’Unione rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un paese non Ue, un diritto di soggiorno sul loro territorio.

 

http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf;jsessionid=9ea7d2dc30dd9d9232f79723444d9984c2254a72bc27.e34KaxiLc3qMb40Rch0SaxyNchb0?text=&docid=202542&pageIndex=0&doclang=IT&mode=lst&dir=&occ=first&part=1&cid=17823

ECLI:EU:C:2018:385

SENTENZA DELLA CORTE (Grande Sezione)

5 giugno 2018

«Rinvio pregiudiziale – Cittadinanza dell’Unione – Articolo 21 TFUE – Diritto dei cittadini dell’Unione di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri – Direttiva 2004/38/CE – Articolo 3 – Aventi diritto – Familiari del cittadino dell’Unione – Articolo 2, punto 2, lettera a) – Nozione di “coniuge” – Matrimonio tra persone dello stesso sesso – Articolo 7 – Diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi – Diritti fondamentali»

1)      In una situazione in cui un cittadino dell’Unione abbia esercitato la sua libertà di circolazione, recandosi e soggiornando in modo effettivo, conformemente alle condizioni di cui all’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, che modifica il regolamento (CEE) n. 1612/68 ed abroga le direttive 64/221/CEE, 68/360/CEE, 72/194/CEE, 73/148/CEE, 75/34/CEE, 75/35/CEE, 90/364/CEE, 90/365/CEE e 93/96/CEE, in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, e in tale occasione abbia sviluppato o consolidato una vita familiare con un cittadino di uno Stato terzo dello stesso sesso, al quale si è unito con un matrimonio legalmente contratto nello Stato membro ospitante, l’articolo 21, paragrafo 1, TFUE deve essere interpretato nel senso che osta a che le autorità competenti dello Stato membro di cui il cittadino dell’Unione ha la cittadinanza rifiutino di concedere un diritto di soggiorno sul territorio di detto Stato membro al suddetto cittadino di uno Stato terzo, per il fatto che l’ordinamento di tale Stato membro non prevede il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

2)      L’articolo 21, paragrafo 1, TFUE deve essere interpretato nel senso che, in circostanze come quelle di cui al procedimento principale, il cittadino di uno Stato terzo, dello stesso sesso del cittadino dell’Unione, che abbia contratto matrimonio con quest’ultimo in uno Stato membro conformemente alla sua normativa, dispone di un diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi nel territorio dello Stato membro di cui il cittadino dell’Unione ha la cittadinanza. Tale diritto di soggiorno derivato non può essere sottoposto a condizioni più rigorose di quelle previste all’articolo 7 della direttiva 2004/38.

[Difro] Cass. 12357/2018 su traduzione del provvedimento, protezione umanitaria e paese di transito, altre forme di asilo, rimedio contro la revoca dell’ammissione al pss

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20180518/snciv@s10@a2018@n12357@tO.clean.pdf

L’eventuale nullità del provvedimento amministrativo di diniego della protezione internazionale, reso dalla Commissione territoriale, non ha autonoma rilevanza nel giudizio introdotto dal ricorso al tribunale avverso il predetto provvedimento, poiché tale procedimento ha ad oggetto il diritto soggettivo del ricorrente alla protezione invocata, sicché deve pervenire alla decisione sulla spettanza, o meno, del diritto stesso e non può limitarsi al mero annullamento del diniego amministrativo (Cass. 26480/2011, 18632/2014, 7385/2017, 23472/2017).

Il diritto di asilo previsto dalla Costituzione è interamente attuato mediante gli istituti dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria.
La previsione contenuta nell’art. 6, par. 4, della direttiva 115/2008/CE, che contempla la possibilità che gli stati membri prevedano il rilascio di permessi di soggiorno, oltre che per motivi umanitari, anche per motivi “caritatevoli … o di altra natura”,  è soltanto una possibilità – non un obbligo – per gli Stati membri, e il legislatore italiano non ha ritenuto di prevedere, oltre alle fattispecie di protezione internazionale costituite, come si è detto, dallo status di rifugiato, dalla protezione sussidiaria e dal permesso di soggiorno per motivi umanitari, anche il rilascio di permessi di soggiorno per motivi caritatevoli o di altra natura.

La circostanza che il richiedente sia stato costretto a fuggire dalla Libia, paese di transito, a causa dello scoppio della guerra civile, non integra, di per sé, gli estremi dei seri motivi di carattere umanitario di cui all’art. 5, comma 6, t.u. imm., i quali devono invece trovare radice in gravi violazioni dei diritti umani, cui il richiedente sarebbe esposto nell’ipotesi alternativa all’accoglimento della domanda di protezione, costituita dal rimpatrio, ossia dal rientro nel paese di origine (e non in un paese di transito). Il riferimento all’acquisizione di informazioni circa la situazione generale anche, «ove occorra, dei paesi in cui» i richiedenti «sono transitati», che figura nell’art. 8, comma 3, d.lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, non attiene alla definizione delle fattispecie di protezione, bensì alla completezza del quadro fattuale di riferimento della decisione; il testo di tale disposizione riproduce quello dell’art. 10, par. 3, lett. b), della direttiva 2013/32/UE, per la quale un paese di transito può eventualmente venire in rilievo, ad esempio, quale paese terzo sicuro ai sensi dell’art. 39.

La statuizione della Corte d’appello di revoca dell’ammissione dell’appellante al patrocinio a spese dello stato deve essere impugnata con opposizione ai sensi dell’art. 170 d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (Cass. 13807/2011, 21685/2013, 21700/2015), e non con ricorso per cassazione.

[Difro] Cass. 12170/2018 su audizione del ricorrente, protezione umanitaria

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20180517/snciv@s61@a2018@n12170@tO.clean.pdf

Non è ravvisabile una violazione processuale sanzionabile a pena di nullità nell’omessa audizione personale del richiedente la protezione internazionale, atteso che il rinvio, contenuto nell’art. 35, comma 13, del d.lgs. n. 25/2008, al precedente comma 10 che prevede l’obbligo di sentire le parti, non si configura come un incombente automatico e doveroso, ma come un diritto della parte di richiedere l’interrogatorio personale, cui si collega il potere officioso del giudice d’appello di valutarne la specifica rilevanza (Cass. n. 24544/2011).

Ai fini della protezione umanitaria, non può farsi leva soltanto sulla situazione di integrazione del richiedente, che dev’essere pur sempre comparata a quella del paese di origine, nel senso che, per la concessione della richiesta protezione umanitaria, il rimpatrio dovrebbe determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo della dignità della persona.

[Difro] Cass. 10291/2018 sulla cognizione del giudice sul permesso di soggiorno per sfruttamento lavorativo

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20180427/snciv@s10@a2018@n10291@tO.clean.pdf

“L’opposizione avverso il diniego del questore di rilascio del permesso di soggiorno previsto dall’art. 22, comma 12quater, del d.lgs. 286/1998 in favore del cittadino straniero vittima di sfruttamento lavorativo, devolve al giudice ordinario la piena cognizione sulla sussistenza dei relativi presupposti, atteso che il parere espresso dal Procuratore della Repubblica ha carattere vincolante per il questore ma non per l’autorità giurisdizionale”.

[Lawclinic] Cass. 26803/2017 sul diritto dello straniero trattenuto a partecipare all’udienza di convalida

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20171113/snciv@s61@a2017@n26803@tO.clean.pdf

In tema di procedimento di convalida del trattenimento dello straniero nel centro di identificazione ed espulsione, ai sensi degli artt. 14 del d.lgs. n. 25 del 2008, le garanzie del contraddittorio, consistenti nella partecipazione necessaria del difensore e nell’audizione dell’interessato, per il procedimento di convalida del trattenimento, trovano applicazione senza che sia necessaria la richiesta dell’interessato di essere sentito. Pertanto, costituisce eccezione rilevante e fondata quella sollevata dal difensore del trattenuto il quale alleghi la violazione del diritto di difesa dello straniero che, pur chiedendolo, non venga accompagnato davanti al giudice della convalida in ragione di trattamenti di semplice profilassi (nella specie: antiscabia), che non costituiscano pericoli per la salute pubblica.

[Lawclinic] Cass. 28153/2017 su apolidia e onere di prova e allegazione

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20171124/snciv@s10@a2017@n28153@tS.clean.pdf

Nei giudizi aventi ad oggetto l’accertamento dello status di apolide, il richiedente è tenuto ad allegare specificamente di non possedere la cittadinanza dello Stato o degli Stati con cui intrattenga o abbia intrattenuto legami significativi, e di non essere nelle condizioni giuridiche e/o fattuali di attenerne il riconoscimento alla luce dei sistemi normativi applicabili, operando il principio dell’attenuazione dell’onere della prova ed il conseguente obbligo di cooperazione istruttoria officiosa del giudice del merito soltanto al fine di colmare lacune probatorie derivanti dalla necessità di conoscere specificamente i sistemi normativi e procedimentali riguardanti la cittadinanza negli Stati di riferimento e di assumere informazioni o svolgere approfondimenti istruttori presso le autorità competenti.

[Lawclinic] Cass. 28152/2017 su protezione internazionale e levirato

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20171124/snciv@s10@a2017@n28152@tS.clean.pdf

Anche gli atti di violenza domestica sono riconducibili all’ambito dei presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale (conf. Cass. n. 12333 del 17/05/2017).

Si ha persecuzione anche quando una donna viene limitata nel godimento dei propri diritti a causa del rifiuto di attenersi a disposizioni tradizionali religiose legate al suo genere.

Costituisce persecuzione rilevante per lo status di rifugiato quella perpetrata contro la donna di religione cristiana che si sia rifiutata di rispettare le regole consuetudinarie del proprio villaggio, che le imponevano di sposare il fratello del defunto marito, e abbia per tale motivo subìto la persecuzione da parte del cognato che la “rivendicava” in sposa, l’allontanamento dalla propria abitazione, la privazione di tutte le proprietà e della potestà genitoriale sui figli.

Risulta illogico l’assunto della Corte territoriale secondo cui l’allontanamento della richiedente dal proprio villaggio sarebbe frutto di una scelta volontaria, giacché le autorità tribali cui la donna si era rivolta le hanno consentito di sottrarsi al rispetto delle consuetudini locali più brutali, ma a condizione di allontanarsi dai figli e perdere i propri beni. La donna ha continuato a subire le molestie e le minacce da parte del fratello del defunto marito.

La corte afferma nettamente che nel caso di specie la donna sia stata vittima di una persecuzione personale e diretta per l’appartenenza a un gruppo sociale (ovvero in quanto donna), nella forma di «atti specificatamente diretti contro un genere sessuale».

Agenti persecutori possono essere anche soggetti diversi da quelli statuali, quando questi ultimi non vogliano o non possano offrire protezione; nel caso di specie proprio il peso delle norme consuetudinarie locali ha impedito che la ricorrente potesse trovare adeguata protezione da parte delle autorità statali.

[Lawclinic] Cass. 28158/2017 su espulsione e informazione sulla partenza volontaria

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20171124/snciv@s10@a2017@n28158@tS.clean.pdf

Il provvedimento di espulsione dello straniero è rimesso alla potestà deliberativa esclusiva del prefetto, la cui legittimità è nondimeno sindacabile avendo riguardo proprio al fatto che il cittadino straniero non abbia potuto esercitare la propria opzione in ordine alla richiesta di rimpatrio mediante partenza volontaria, previa adeguata informazione a mezzo di schede informative plurilingue (Cass. 28 gennaio 2014, n. 1809).

il provvedimento di espulsione è rimesso alla potestà deliberativa esclusiva del prefetto e l’attività preparatoria ed istruttoria che ne precede l’adozione, predeterminata in modo vincolato dalla legge, può incidere sulla validità e legittimità del provvedimento espulsivo solo se fondata su accertamenti di fatto risultati erronei o mancanti o se il cittadino straniero non sia stato posto nella condizione di esercitare la propria opzione in ordine al rimpatrio mediante “l’adeguata informazione della facoltà di richiedere un termine per la partenza volontaria, mediante schede informative plurilingue” (art. 13 comma comma 5.1. d.lgs 286 del 1998), in quanto tali adempimenti risultano imposti imperativamente dalla legge oltre che dal complesso dei principi fondativi dei diritti degli stranieri di derivazione comunitaria e costituzionale.

L’ordinanza sembra porsi in contrasto con l’orientamento della corte secondo cui la concessione del termine per la partenza volontaria attiene alle modalità esecutive e non alla validità dell’espulsione e la sua omissione può essere fatta valere in sede di convalida dell’allontanamento, del trattenimento o delle misure alternative ma non nel ricorso contro il decreto di espulsione (Cass. 26121/2017; Cass. 26120/2017; Cass. 873/2017).

[Lawclinic] Cass. 28332/2017 sulla traduzione del decreto di espulsione

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20171128/snciv@s61@a2017@n28332@tO.clean.pdf

La corte ribadisce il consolidato orientamento secondo cui il provvedimento di espulsione è invalido se non tradotto in lingua comprensibile allo straniero. Ai fini dell’uso di una delle lingue veicolari non è, infatti, sufficiente la mera dichiarazione dell’impossibilità di procedere alla traduzione, essendo necessario che l’amministrazione affermi ed il giudice ritenga plausibile l’impossibilità di predisporre un testo nella lingua conosciuta dallo straniero per la sua rarità. Nel caso di specie, non risulta legittima la mancata traduzione per asserita impossibilità di reperire in tempo utile un qualificato traduttore, ove si consideri che in Milano esiste un consolato del Bangladesh.