[Difro] Cass. 11615/2018 su migranti soccorsi in mare, ingresso illegale, utilizzabilità delle dichiarazioni contro gli scafisti

  • http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snpen&id=./20180314/snpen@s10@a2018@n11615@tS.clean.pdf

    La corte di cassazione ribadisce che non si configura il reato di cui all’art 10 bis D. Lgs. 286/1998 in relazione ai migranti che hanno fatto ingresso nel territorio dello Stato nell’ambito di un’attività di soccorso, e poiché si tratta di reato contravvenzionale non è configurabile il tentativo di ingresso illegale.

    Le dichiarazioni rese spontaneamente alla polizia giudiziaria da parte di migranti nei confronti di membri dell’equipaggio che ha effettuato il trasporto illegale hanno natura testimoniale e non  di dichiarazioni rese quali chiamanti in correità; non necessitano quindi di riscontri e sono utilizzabili.

    (Sez. U, n. 40517 del 28/04/2016 – dep. 29/09/2016, Taysir, Rv. 267627).

[Difro] Cass. 5819/2018 su pss, amministrazione soccombente e condanna alle spese

[Difro] Cass. 5822/2018 sulla forma dell’appello in materia di protezione internazionale

  • http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20180309/snciv@s61@a2018@n05822@tO.clean.pdf

    La corte di cassazione conferma il proprio costante orientamento [1] secondo cui l’appello ex art. 702 quater cpc in materia di protezione internazionale deve essere proposto con citazione e non con ricorso.
    L’ordinanza si segnala poiché rigetta l’istanza di rimessione alle sezioni unite proposta dal Ministero dell’Interno controricorrente.

    Resta il dubbio sulla ragione per cui in tre recenti ordinanze (1788/18, 4263/08 e 4268/18) la corte abbia rimesso la causa alla pubblica udienza.

    [1] Ordinanze 17420/2017; 21030/2017; 21031/2017; 23108/2017; 23680/2017; 23936/2017; 23937/2017; 23938/2017; 23939/2017; 24940/2017; 25438/2017; 25715/2017; 25717/2017; 26010/2017; 26011/2017; 26012/2017; 26013/2017; 26014/2017; 26015/2017; 26016/2017; 26017/2017; 26018/2017; 26019/2017; 26127/2017; 27147/2017; 27148/2017; 28297/2017; 28333/2017; 28334/2017; 28335/2017; 28434/2017; 29121/2017; 29127/2017; 29128/2017; 29129/2017; 29130/2017; 29131/2017; 29132/2017; 29304/2017; 29305/2017; 29306/2017; 29672/2017; 29673/2017; 29674/2017; 29676/2017; 29677/2017; 30133/2017; 30135/2017; 393/2018; 397/2018; 398/2018; 399/2018; 400/2018; 401/2018; 404/2018; 405/2018; 406/2018; 407/2018; 784/2018; 785/2018; 786/2018; 787/2018; 1068/2018; 1240/2018; 1400/2018; 2318/2018; 2896/2018; 3112/2018; 3113/2018; 3114/2018; 3245/2018; 3497/2018; 3499/2018; 3500/2018; 3502/2018; 3503/2018; 3504/2018; 3712/2018; 3714/2018; 3715/2018; 3716/2018; 3717/2018; 3718/2018; 3719/2018; 4795/2018; 4797/2018; 4798/2018; 4799/2018; 4800/2018; 4805/2018; 4806/2018; 4807/2018; 4808/2018; 4812/2018; 4813/2018; 4814/2018; 4815/2018; 5147/2018; 5443/2018; 5446/2018; 5598/2018; 5599/2018; 5823/2018.

[Difro] Cass. 5882/2018 sull’attualità delle COI

  • http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20180312/snciv@s61@a2018@n05882@tO.clean.pdf

    La corte di cassazione afferma che l’art. 3, comma 3, del D. Lgs. 251/2007 pone un preciso onere in capo all’autorità amministrativa e, in caso di impugnazione, all’autorità giurisdizionale, di esaminare la domanda avuto riguardo alla situazione sociale e politica del Paese d’origine del richiedente quale esistente al momento dell’adozione della decisione.
    La corte osserva che, poiché si tratta di circostanze suscettibili di continui e rapidi mutamenti nel tempo, la loro valutazione deve essere necessariamente svolta all’attualità, anche attraverso l’utilizzo dei poteri istruttori officiosi ai sensi dell’art. 27, comma 1 bis, D. Lgs. 25/2008.
    Nel caso di specie la corte ha ritenuto illegittima la decisione della corte di appello che aveva fondato la propria decisione esclusivamente su informazioni risalenti al 19 marzo 2014, ovvero a quasi due anni prima del momento in cui la decisione impugnata è stata assunta, cioè il 16 gennaio 2016.

[Difro] Cass. 5582/2017 su trattenimento del richiedente asilo, pericolosità sociale, misure alternative

  • http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20180308/snciv@s61@a2018@n05582@tO.clean.pdf

    La corte di cassazione afferma la legittimità del trattenimento della richiedente asilo disposto e convalidato sulla base della sua pericolosità sociale ritenuta sussistente in presenza di una misura di prevenzione applicata in un procedimento per reati con finalità di terrorismo (poi concluso con sentenza di condanna alla pena della reclusione, sottoposta alla sospensione condizionale), e di una condanna non definitiva per apologia di reato e istigazione a commettere reati di terrorismo, che è ostativa al riconoscimento della protezione internazionale ai sensi dell’art. 10 comma 2 lett. c) del D. Lgs. 251/2007.

    La corte afferma inoltre che la concessione della sospensione condizionale della pena da parte del giudice penale non impone al giudice della convalida una diversa valutazione sulla pericolosità ostativa al trattenimento che era stato disposto in seguito al decreto di espulsione e prorogato in seguito alla successiva proposizione della domanda di protezione internazionale in presenza delle condizioni di cui all’art. 6 comma 2 lett. b) e c) del decreto legislativo n. 142/2015.

    La corte infine ritiene che la richiesta di concessione di misure alternative al trattenimento sia stata implicitamente rigettata dal tribunale che, nel sottolineare la gravità dei reati per cui la ricorrente è stata condannata e l’avvenuto accertamento della pericolosità in sede di applicazione della misura di prevenzione, ha evidenziato indirettamente la inaccoglibilità della richiesta di applicazione di misure alternative di cui peraltro la ricorrente non ha circostanziato tempi e modalità di proposizione all’esame del giudice della convalida.

[Difro] Cass. 5084/2018 su pds ex art. 31 comma 3 TUI

I “gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico” del minore di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 31, comma 3, consistono in situazioni non di lunga o indeterminabile durata e non caratterizzate da tendenziale stabilità che si concretino in eventi traumatici e non prevedibili che trascendono il normale disagio dovuto al proprio rimpatrio o a quello di un familiare. Pertanto, l’esame che il giudice di merito è chiamato a compiere a fronte dell’istanza di autorizzazione D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 31, comma 3, è diretto all’accertamento della sussistenza di “gravi motivi” basati su una situazione oggettiva attuale oppure su una situazione futura dedotta, attraverso un giudizio prognostico, quale conseguenza dell’allontanamento improvviso del familiare del minore (Cass. n. 17861 del 19/07/2017). In particolare, la valutazione del danno, conseguente all’allontanamento dei genitori o dallo sradicamento del minore, deve essere fondata su un giudizio prognostico che non trascuri in primo luogo la sua età, il grado di radicamento del nostro Paese, e le prospettive, riferite agli anni immediatamente successivi (trattandosi di misura temporanea, revocabile o rinnovabile), di concrete possibilità di rapporto con i genitori nell’ipotesi del rimpatrio dei medesimi. Tra questi indici, quello dell’età, se prescolare, costituisce un elemento significativo che non può essere trascurato (Cass. n. 1824 del 29/01/2016, Cass. 15191 del 20/07/2015).

Cassazione civile, sez. VI, 05/03/2018, (ud. 14/12/2017, dep. 05/03/2018),  n. 5084

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA CIVILE
SOTTOSEZIONE 1
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. CRISTIANO   Magda                           –  Presidente   –
Dott. GENOVESE    Francesco Antonio               –  Consigliere  –
Dott. SCALDAFERRI Andrea                          –  Consigliere  –
Dott. VALITUTTI   Antonio                         –  Consigliere  –
Dott. ACIERNO     Maria                      –  rel. Consigliere  –
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 11524/2016 proposto da:
O.U., elettivamente domiciliato in CAVOUR presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso dagli avvocati GIOVANNI MIGLIORATI, MAURO ARBOSTI;
– ricorrente –
contro
PROCURA DELLA REPUBBLICA presso il TRIBUNALE per i MINORENNI di BRESCIA, PROCURATORE GENERALE presso la CORTE d’APPELLO di BRESCIA;
– intimati –
avverso il decreto n. 54/2016 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA, depositata il 04/03/2016;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 14/12/2017 dal Consigliere Dott. MARIA ACIERNO.
RAGIONI DELLA DECISIONE
Con decreto n. 3096/2015 il Tribunale per i Minorenni di Brescia ha rigettato il ricorso proposto da O.U. per ottenere l’autorizzazione, ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 31, comma 3, a permanere sul territorio italiano nell’interesse del figlio minore O.B., nato a (OMISSIS).
La Corte d’appello di Brescia, investita dell’impugnazione proposta dal cittadino straniero, ha rigettato il gravame con decreto n. 54/2016.
A sostegno della decisione, il Collegio ha rilevato che la situazione familiare dell’istante è connotata da grande precarietà abitativa ed economica, in quanto unica fonte di sostentamento è fornita dal sig. O.U., che ha precedenti penali per reati in materia di stupefacenti ed è imputato per guida in stato di ebbrezza; la madre non svolge alcuna attività lavorativa ed è, a propria volta, priva di permesso di soggiorno. Nello stesso tempo, non sussistono effettive ragioni di interesse del minore a permanere in Italia, non avendo egli sviluppato alcun legame con il territorio italiano, considerato che nemmeno i genitori hanno dimostrato di godere di relazioni significative.
Avverso la suddetta pronuncia propone ricorso per cassazione il cittadino straniero, sulla base di tre motivi.
Con il primo motivo viene lamentata la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 31, comma 3, (T.U. imm.), per avere la Corte d’appello erroneamente valutato la situazione familiare e interpretato “contra ius” il requisito dei gravi motivi di cui alla norma in esame, procedendo a una valutazione statica della situazione familiare e tralasciando qualsiasi valutazione futura sulla conseguenza dell’allontanamento del padre. Con il secondo motivo viene lamentata la violazione della medesima norma nella parte in cui la Corte nega che sussista l’interesse del minore a rimanere in Italia sulla base del fatto che non ha sviluppato alcun legame con il territorio italiano. Infatti, l’allontanamento paterno, proprio in considerazione della tenera età del minore, comporterebbe una compromissione del suo sviluppo psico-fisico.
Con il terzo motivo viene poi lamentato che la Corte d’appello ha considerato i precedenti penali come ostativi rispetto al rilascio del permesso di soggiorno ex art. 31 cit.
I primi due motivi di ricorso, che possono trattarsi congiuntamente in quanto strettamente connessi e parzialmente ripetitivi, sono fondati.
Deve innanzitutto osservarsi che i “gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico” del minore di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 31, comma 3, consistono, secondo l’interpretazione data dalle Sezioni Unite di questa Corte, in situazioni non di lunga o indeterminabile durata e non caratterizzate da tendenziale stabilità che si concretino in eventi traumatici e non prevedibili che trascendono il normale disagio dovuto al proprio rimpatrio o a quello di un familiare (Cass. n. 21799 del 25/10/2010). Pertanto, l’esame che il giudice di merito è chiamato a compiere a fronte dell’istanza di autorizzazione D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 31, comma 3, è diretto all’accertamento della sussistenza di “gravi motivi” basati su una situazione oggettiva attuale oppure su una situazione futura dedotta, attraverso un giudizio prognostico, quale conseguenza dell’allontanamento improvviso del familiare del minore (Cass. n. 17861 del 19/07/2017). In particolare, la valutazione del danno, conseguente all’allontanamento dei genitori o dallo sradicamento del minore, deve essere fondata su un giudizio prognostico che non trascuri in primo luogo la sua età, il grado di radicamento del nostro Paese, e le prospettive, riferite agli anni immediatamente successivi (trattandosi di misura temporanea, revocabile o rinnovabile), di concrete possibilità di rapporto con i genitori nell’ipotesi del rimpatrio dei medesimi. Tra questi indici, quello dell’età, se prescolare, costituisce un elemento significativo che non può essere trascurato (Cass. n. 1824 del 29/01/2016, Cass. 15191 del 20/07/2015).
Nella specie la Corte d’appello ha ritenuto che non sussistessero effettive ragioni di interesse del minore a permanere in Italia, non avendo egli sviluppato alcun legame con il territorio italiano. In tal modo, tuttavia, sono stati del tutto trascurati tanto il fattore inerente alla tenerissima età del minore, nato in Italia, quanto la valutazione del possibile danno che, proprio in ragione dell’età, deriverebbe al minore medesimo in seguito all’allontanamento paterno.
Tale omissione rende l’accertamento compiuto dalla Corte d’appello non conforme al parametro normativo dell’art. 31 cit. per come interpretato dalle Sezioni Unite di questa Corte, il che impone la cassazione della pronuncia impugnata con rinvio.
In conclusione, il ricorso deve essere accolto e la pronuncia impugnata cassata con rinvio alla Corte d’appello di Brescia, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’appello di Brescia, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.
Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 dicembre 2017.
Depositato in Cancelleria il 5 marzo 2018

[Difro] Cass. 5085/2018 e 5086/2018 sulla protezione umanitaria

 

  • http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20180305/snciv@s61@a2018@n05086@tO.clean.pdf

    Il difetto di credibilità sul rifugio politico e la protezione sussidiaria non esclude l’obbligo di fornire una motivazione non meramente apparente a tale domanda.

    Il giudice deve accertare la sussistenza delle condizioni per il rilascio del peculiare titolo di soggiorno temporaneo (gravi violazioni dei diritti umani, anche se non sufficienti a integrare i requisiti per lo status di rifugiato o per la protezione sussidiaria), con riferimento al luogo i ai luoghi del paese di origine del cittadino straniero, se siano state dedotte anche genericamente.

    Il rigetto delle domande principali non comporta l’automatico rigetto della domanda di protezione umanitaria. Al riguardo, il fatto che il richiedente abbia anche il timore di tornare in un luogo dove non ha più radici affettive non elide né le allegazioni relative alla situazione di violazione grave dei diritti umani oggettivamente desumibile dalla narrazione delle vicende umane del richiedente, così come risultante dal provvedimento impugnato, né impedisce di accertarne la fondatezza mediante il potere dovere-istruttorio spettante al giudice in tali controversie.

[DIFRO] Cass. 5081/2018 su annullamento del divieto di reingresso e reingresso dello straniero espulso

[Difro] Cass. 4379/2018 sull’accertamento dei requisiti per il ricongiungimento familiare

L’autorità consolare ha il potere-dovere di accertare la sussistenza in concreto dei presupposti per il rilascio del visto per ricongiungimento familiare. In tale accertamento essa non può negare in via di principio valore probatorio alla documentazione ufficiale dello status filiationis proveniente dalle competenti autorità del paese di nascita dell’interessato, ancorché tale documentazione non possa dirsi assistita da fede privilegiata.
Spetta pertanto all’Amministrazione – e quindi al giudice in caso di contenzioso – valutare, in funzione dell’accertamento dei presupposti di cui trattasi, sia detta documentazione che gli eventuali elementi contrari alle sue risultanze.
Poiché tale accertamento riguarda un diritto soggettivo, il giudice deve verificare la sussistenza del diritto e non la mera regolarità del provvedimento dell’amministrazione.

 

Cassazione civile, sez. VI, 22/02/2018,  n. 4379
Fonti: Diritto & Giustizia 2018, 23 febbraio

Classificazione:
SICUREZZA PUBBLICA – Stranieri (in particolare: extracomunitari) – – ricongiungimento familiare
Ricongiungimento familiare, non può essere negata la valenza probatoria della documentazione delle autorità del paese di nascita dell’interessato
In tema di rilascio del visto per ricongiungimento familiare, l’autorità consolare non può negare in via di principio valore probatorio alla documentazione ufficiale dello status filiationis proveniente dalle competenti autorità del paese di nascita dell’interessato, ancorché tale documentazione non possa dirsi assistita da fede privilegiata.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA CIVILE
SOTTOSEZIONE 1
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. SCALDAFERRI Andrea                            –  Presidente   –
Dott. DE CHIARA   Carlo                        –  rel. Consigliere  –
Dott. FERRO       Massimo                           –  Consigliere  –
Dott. DI MARZIO   Mauro                             –  Consigliere  –
Dott. MARULLI     Marco                             –  Consigliere  –
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso 9007/2015 proposto da:
MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, in persona del Ministro in carica, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;
– ricorrente –
contro
K.B.J.A.;
– intimato –
avverso la sentenza n. 2414/2014 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, depositata il 31/10/2014;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 07/11/2017 dal Consigliere Dott. CARLO DE CHIARA.
FATTI DI CAUSA
1. L’Ambasciata italiana ad Accra negò il visto per ricongiungimento familiare alle minori K.B.A. e P., richiesto dal padre delle stesse, sig. K.B.J.A., cittadino ganese regolarmente soggiornante in Italia.
2. Questi si rivolse quindi al Tribunale di Verona, che respinse il ricorso.
3. Il ricorrente propose appello osservando che le carenze documentali addotte dall’Amministrazione a giustificazione del diniego, sull’assunto dell’incertezza della data di nascita delle ragazze e dello stesso rapporto di filiazione, dovevano ritenersi superate. Infatti, quanto alla prima figlia, A., era stato addotto un contrasto fra le date di nascita indicate nel passaporto ((OMISSIS)) e in un certificato scolastico ((OMISSIS)), contrasto superato dalla dichiarazione giurata resa dalla madre della ragazza, moglie del richiedente, davanti all’Alta Corte di Giustizia di Kumasi, in cui si affermava che la stessa era nata il (OMISSIS); quanto alla seconda figlia ( P.), vi era un errore nel suo vecchio passaporto recante la data di nascita del (OMISSIS), errore rettificato nel nuovo passaporto, recante invece la data di nascita del (OMISSIS). Il ricorrente confermò inoltre di aver rifiutato di sottoporsi alla prova del DNA, richiestagli dall’Amministrazione, per ragioni economiche.
L’Amministrazione degli Esteri resistette al gravame insistendo sull’insufficienza dei documenti prodotti, osservando che nel Ghana non esiste un registro dello stato civile con indicazioni analitiche, ma solo dichiarazioni sostitutive rilasciate da parenti “ora per allora” in caso di problemi di accertamento di stato, ribadendo, infine, che gli interessati si erano sempre rifiutati di sottoporsi alla prova del DNA.
La Corte d’appello di Venezia ha accolto il gravame richiamando la giurisprudenza di questa Corte secondo cui l’autorità italiana non può negare valore probatorio alla documentazione proveniente dalle competenti autorità straniere – in particolare ganesi – attestante lo status filiationis, perchè detto status va accertato, ai sensi della L. 31 maggio 1995, n. 218, art. 33, comma 3, in base alla legge nazionale del figlio al momento della nascita, salvo il limite dell’ordine pubblico, di cui all’art. 16, legge cit., non violato dall’ordinamento di stato civile del Ghana (Cass. 367/2003, 14545/2003, 15234/2013).
4. Il Ministero degli Affari Esteri ha proposto ricorso per cassazione con tre motivi, illustrati anche con memoria.
L’intimato non ha resistito.
RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Con i primi due motivi di ricorso, denunciando rispettivamente omissione di pronuncia e vizio di motivazione, si lamenta che la Corte d’appello non si sia pronunciata sull’eccezione di inammissibilità del gravame per violazione del termine breve di trenta giorni dalla comunicazione, a cura della cancelleria, dell’ordinanza del Tribunale appellata, eseguita a mezzo posta elettronica certificata il 2 ottobre 2013, mentre l’appello, proposto con ricorso e non con citazione, era stato notificato soltanto il successivo 3 dicembre.
1.1. La complessiva censura è infondata perchè l’Amministrazione ricorrente non ha fornito la prova – indispensabile ai fini del computo del termine breve per appellare – della dedotta comunicazione dell’ordinanza del Tribunale al sig. B. alla data indicata del 2 ottobre 2013: la comunicazione a mezzo pec in tale data, prodotta dall’Amministrazione ricorrente, è quella ricevuta dalla Avvocatura dello Stato, non già dall’avvocato dell’appellante, mentre la comunicazione a quest’ultimo a mezzo fax, rinvenuta nel fascicolo di ufficio, contiene il semplice avviso di deposito dell’ordinanza del Tribunale, non il testo integrale della stessa.
2. Con il terzo motivo si denuncia violazione di norme di diritto. Si ribadisce il dovere dell’autorità consolare di accertare la sussistenza in concreto dei presupposti per il rilascio del visto per ricongiungimento familiare e si lamenta che la Corte d’appello non abbia tenuto conto delle deduzioni dell’Amministrazione relative alla inattendibilità e contraddittorietà della documentazione prodotta dal sig. K.B. presso l’Ambasciata italiana ad Accra ed abbia ammesso la produzione di ulteriore documentazione, da parte del richiedente, in sede giudiziaria, senza considerare che l’accertamento dei presupposti per il rilascio del visto rientra nella discrezionalità dell’Amministrazione stessa, non sindacabile dal giudice.
2.1. Neanche questo motivo può essere accolto.
Che l’autorità consolare abbia il potere-dovere di accertare la sussistenza in concreto dei presupposti per il rilascio del visto per ricongiungimento familiare è fuor di dubbio. Va tuttavia ribadito, richiamando la giurisprudenza di questa Corte già richiamata dalla Corte d’appello, che in tale accertamento essa non può negare in via di principio valore probatorio alla documentazione ufficiale dello status jiliationis proveniente dalle competenti autorità del paese di nascita dell’interessato, ancorchè – come pure è stato precisato dalla giurisprudenza di questa Corte (v. in particolare Cass. 367/2003, cit., 15580/2006, 15234/2013, cit.) – tale documentazione non possa dirsi assistita da fede privilegiata. Spetta pertanto all’Amministrazione – e quindi al giudice in caso di contenzioso – valutare, in funzione dell’accertamento dei presupposti di cui trattasi, sia detta documentazione che gli eventuali elementi contrari alle sue risultanze.
Va inoltre precisato che non è esatto che tale accertamento rientri nella discrezionalità dell’Amministrazione, sì che al giudice non sia consentito di sindacarlo. Vero è, invece, che nessuna discrezionalità amministrativa è in proposito individuabile, posto che l’accertamento riguarda un diritto soggettivo, non a caso rientrante nella giurisdizione del giudice ordinario, il cui compito è verificare la sussistenza del diritto piuttosto che la regolarità del provvedimento dell’Amministrazione. E tale verifica va eseguita sulla scorta di tutte le prove che, secondo le regole generali, le parti hanno diritto di produrre in giudizio.
Per il resto, il motivo di ricorso attiene all’accertamento in fatto della sussistenza dei presupposti per il rilascio del visto, accertamento riservato al giudice del merito e non censurabile in sede di legittimità se non per il vizio di omesso esame di fatti decisivi, di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, che nella specie non è stato dedotto.
3. Il ricorso va in conclusione respinto.
In mancanza di attività difensiva della parte intimata non occorre provvedere sulle spese del giudizio di legittimità.
Poichè dagli atti il processo risulta esente dal contributo unificato, non trova applicazione il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso.
In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 7 novembre 2017.
Depositato in Cancelleria il 22 febbraio 2018

[Difro] Cass. 4455/2018 sulla protezione umanitaria

  • http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20180223/snciv@s10@a2018@n04455@tS.clean.pdf

    Il riconoscimento della protezione umanitaria, secondo i parametri normativi stabiliti dall’art. 5, c. 6; 19, c.2 T. U. n. 286 del 1998 e 32 del d.lgs n. 251 del 2007, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato d’integrazione sociale nel nostro paese, non può escludere l’esame specifico ed attuale della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al paese di origine, dovendosi fondare su una valutazione comparativa effettiva tra i due piani al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile, costitutivo dello statuto della dignità personale, in comparazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza.