Conclusioni Avvocato Generale CGUE in C-673/17 sul diritto al soggiorno del coniuge extracomunitario dello stesso sesso

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L’avvocato generale presenta le sue conclusioni sulla causa C-673/16 dinanzi alla CGUE:

«1)      L’articolo 2, punto 2, lettera a), della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, che modifica il regolamento (CEE) n. 1612/68 ed abroga le direttive 64/221/CEE, 68/360/CEE, 72/194/CEE, 73/148/CEE, 75/34/CEE, 75/35/CEE, 90/364/CEE, 90/365/CEE e 93/96/CEE dev’essere interpretato nel senso che la nozione di “coniuge” si applica a un cittadino di uno Stato terzo sposato con un cittadino dell’Unione europea dello stesso sesso.

2)      Gli articoli 3, paragrafo 1, e 7, paragrafo 2, della direttiva 2004/38 devono essere interpretati nel senso che il coniuge dello stesso sesso di un cittadino dell’Unione che accompagna detto cittadino nel territorio di un altro Stato membro beneficia in tale Stato di un diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi, purché quest’ultimo risponda alle condizioni di cui all’articolo 7, paragrafo 1, lettere a), b) o c), di tale direttiva.

L’articolo 21, paragrafo 1, TFUE dev’essere interpretato nel senso che, in una situazione in cui un cittadino dell’Unione ha sviluppato o consolidato una vita familiare con un cittadino di uno Stato terzo in occasione di un soggiorno effettivo in uno Stato membro diverso da quello di cui possiede la cittadinanza, le disposizioni della direttiva 2004/38 si applicano per analogia se detto cittadino dell’Unione rientra, con il familiare interessato, nel proprio Stato membro d’origine. In tale ipotesi, le condizioni per la concessione di un diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi al cittadino di uno Stato terzo, coniuge dello stesso sesso di un cittadino dell’Unione, non dovrebbero, in via di principio, essere più severe di quelle previste all’articolo 7, paragrafo 2, della direttiva 2004/38.

3)      L’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2004/38 dev’essere interpretato nel senso che è applicabile alla situazione di un cittadino di uno Stato terzo, sposato con un cittadino dell’Unione dello stesso sesso conformemente alla legge di uno Stato membro, in qualità di “altro familiare” o come “partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata”.

4)      L’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2004/38 dev’essere interpretato nel senso che:

–        non impone agli Stati membri di concedere un diritto di soggiorno nel loro territorio per un periodo superiore a tre mesi al cittadino di uno Stato terzo legalmente sposato con un cittadino dell’Unione dello stesso sesso;

–        gli Stati membri sono tuttavia tenuti ad assicurarsi che la loro legislazione contenga criteri che consentano a detto cittadino di ottenere una decisione sulla sua domanda di ingresso e di soggiorno fondata su un esame approfondito della sua situazione personale e motivata in caso di rifiuto;

–        sebbene gli Stati membri abbiano un ampio potere discrezionale nella scelta di detti criteri, questi ultimi, tuttavia, devono essere conformi al significato comune del termine “agevola” e non devono privare tale disposizione del suo effetto utile, e

–        il rifiuto opposto alla domanda di ingresso e di soggiorno, in ogni caso, non può fondarsi sull’orientamento sessuale della persona interessata».

Cass. 164/2018 sull’ammissione al PSS nel ricorso ex art. 31 TUI

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La corte afferma che l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, nel giudizio ex art. 31 D. Lgs. 286/1998, non è condizionata al requisito della regolarità di soggiorno dell’istante.

Poiché il patrocinio a spese dello Stato rappresenta una implicazione necessaria del diritto alla difesa costituzionalmente garantito (art. 24 Cost.), il concetto di “straniero regolarmente soggiornante” deve essere interpretato in senso estensivo, comprendendovi anche lo straniero che abbia in corso un procedimento (amministrativo o) giurisdizionale dal quale possa derivare il rilascio del permesso di soggiorno (cfr. Cons. Stato, Sez. III, 14 gennaio 2015, n. 59).

Infatti, nel caso di azione ai sensi dell’art. 31, comma 3, del d.lgs. n. 286 del 1998, il requisito previsto in via generale per l’accesso degli stranieri al patrocinio a spese dello Stato si identifica esattamente con il bene della vita ottenibile in forza della citata disposizione, consistente appunto nell’autorizzazione, da parte del tribunale per i minorenni, per gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico e tenuto conto dell’età e delle condizioni di salute del minore che si trova nel territorio italiano, all’ingresso o alla permanenza del familiare, per un periodo di tempo determinato, anche in deroga alle altre previsioni del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione. Richiedere quindi il regolare soggiorno sul terreno nazionale come presupposto dell’ammissione al patrocinio, si tradurrebbe in una lesione del principio di effettività della tutela giurisdizionale.

La corte aveva già chiarito (Cass., Sez. VI-1, 18 novembre 2011, n. 24378) che, fino al momento in cui è in istruttoria il procedimento amministrativo per il permesso di soggiorno ovvero quello della Commissione territoriale che può riconoscere la qualità di rifugiato dello straniero, la tutela giurisdizionale di questo deve garantirsi anche con l’ammissione al gratuito patrocinio, divenendo irregolare la posizione dello straniero solo con l’espulsione, per la impugnazione giurisdizionale della quale, peraltro, allo straniero in posizione ormai irregolare è comunque riconosciuto eccezionalmente il diritto al patrocinio a spese dello Stato.

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Cass. 30747/2017 su espulsione, richiesta di rinnovo del pds, pendenza dell’appello per la protezione internazionale

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La corte ribadisce che ai sensi dell’art. 13, comma 2, lett. b), del d.lgs. n. 286 del 1998, la spontanea presentazione della domanda di rinnovo del permesso oltre il termine di sessanta giorni dalla sua scadenza non consente l’espulsione automatica dello straniero, la quale può essere disposta unicamente se la domanda sia stata respinta per la mancanza, originaria o sopravvenuta, dei requisiti richiesti dalla legge per il soggiorno dello straniero sul territorio nazionale, mentre il ritardo nella presentazione può costituirne solo indice rivelatore nel quadro di una valutazione complessiva della situazione in cui versa l’interessato.

La corte ribadisce altresì che la proposizione del ricorso del richiedente asilo avverso il provvedimento di diniego della protezione internazionale sospende l’efficacia esecutiva di tale provvedimento, con la conseguenza che, secondo l’interpretazione data dalla Corte di Giustizia all’art. 2, paragrafo 1, della Direttiva CEE n. 115 del 2008, non scatta l’obbligo per il richiedente di lasciare il territorio nazionale, permanendo la situazione di inespellibilità fino all’esito della decisione sul ricorso.

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Cass. 30896/2017 su espulsione, accoglienza, partenza volontaria, traduzione

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L’applicazione delle misure di prima accoglienza è finalizzata “per il tempo strettamente necessario, all’espletamento delle operazioni di identificazione… alla verbalizzazione della domanda ed all’avvio della procedura di esame della medesima domanda…” (art. ‘9, comma 4, del d.lgs. n. 142/2015) e “per la durata del procedimento di esame della domanda da parte della Commissione territoriale…” (art. 14, comma 4, d.lgs. ult. cit.), ma non costituisce un titolo autonomo di permanenza sul territorio nazionale a tempo indeterminato, quando manchino le condizioni di legge.

La revoca della misura di prima accoglienza non costituisce presupposto necessario del decreto di espulsione.

Non può essere censurata in cassazione la decisione con cui il giudice di pace abbia accertato che lo straniero espulso abbia dimostrato di comprendere la lingua italiana.

Il decreto di espulsione emesso dal prefetto non può essere dichiarato illegittimo perché non contiene un termine per la partenza volontaria, così come previsto dalla direttiva 115/2008/CE, in quanto tale omissione non incide sulla validità del provvedimento espulsivo, ma solo sulla misura coercitiva adottata per eseguire l’espulsione (Cass. n. 18540/2016, n: 15185/2012). Inoltre, l’informazione circa l’opzione della partenza volontaria (art. 13, comma 5.1, del d.lgs. n. 286/1998) è prevista nel caso in cui all’interessato sia consentito di chiedere al prefetto la concessione di un termine per la partenza volontaria (art. 13, comma 5, del d.lgs. ult. cit.), possibilità che non sussiste nel caso di rischio di fuga (art. 13, comma 4, lett. b) che la legge individua nella situazione di mancato possesso del passaporto o di documento equipollente valido (art. 13, comma 4 bis, lett. a), come nella specie.

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Cass. 50457/2017 sulla richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno del detenuto, espulsione come misura alternativa alla detenzione

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La corte di cassazione conferma il proprio orientamento e afferma i seguenti principî:
– è illegittima l’espulsione dello straniero come misura alternativa alla detenzione, qualora egli abbia tempestivamente presentato domanda di permesso di soggiorno in ordine alla quale ancora non sia stata assunta la decisione da parte della competente autorità amministrativa. La presentazione della domanda è condizione necessaria e sufficiente per negare l’espulsione, poiché al Tribunale di sorveglianza non compete pronunciarsi in relazione alla sussistenza delle condizioni per il suo rilascio, con la conseguenza che fino a quando è in corso la procedura per il rilascio l’espulsione non può essere disposta;
– è onere dello straniero detenuto inoltrare la richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno, scaduto durante la detenzione, tramite il direttore del carcere (nella specie, tramite l’ufficio matricola della casa di reclusione); in caso di rifiuto dell’amministrazione di accettare l’istanza, lo straniero deve fornire prova di tale circostanza;
– è irrilevante la valutazione sulla pericolosità sociale in relazione all’espulsione disposta ai sensi dell’art. 16 D. Lgs. 286/1998 che costituisce non già misura di sicurezza bensì un’atipica misura alternativa alla detenzione, avente natura amministrativa, finalizzata a evitare il sovraffollamento carcerario, della quale è obbligatoria l’adozione in presenza delle condizioni previste dalla legge.

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Cass. 26119/2017 su espulsione, gravidanza della convivente more uxorio, questioni esecutive

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La corte di cassazione afferma che non rilevano come circostanze ostative all’espulsione, ai sensi dell’art. 19 comma 2 D. Lgs. 286/1998, la gravidanza della convivente more uxorio e la nascita di figli successive al decreto di espulsione.
La corte ribadisce che le questioni attinenti all’esecuzione dell’espulsione sono oggetto del giudizio di convalida e non del ricorso contro il decreto di espulsione.

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Cass. 26124/2017 sull’attestazione di conformità della copia del decreto di espulsione notificata al destinatario

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La corte di cassazione ribadisce che l’attestazione di conformità della copia del documento all’originale deve essere apposta sulla copia stessa e non attestata nel verbale di notifica.
(Conf. Cass. 17960/2004, 28884/2005, 17569/2010, 13304/2014)

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Cass. 26121/2017 su inespellibilità, traduzione, comunicazione dell’espulsione all’autorità diplomatica, questioni esecutive

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La corte di cassazione annulla con rinvio il provvedimento del giudice di pace che ha rigettato il ricorso contro l’espulsione senza pronunciarsi sulla condizione di inespellibilità ai sensi dell’art. 19, comma 2, D. Lgs. 286/98, per essere il medesimo coniugato convivente con una cittadina italiana e con i loro due figli minorenni; sull’ulteriore ragione di nullità del decreto di espulsione consistente nella violazione degli artt. 2 e 13, comma 7, D. Lgs. 286/98, a causa della mancata traduzione del decreto in lingua nota al destinatario; sulla violazione dell’art. 2, comma 7, D. Lgs. 286/98, per l’omessa comunicazione del provvedimento all’autorità diplomatica del paese di origine del ricorrente.
La corte ribadisce che le questioni attinenti non alla validità dell’espulsione bensì all’esecuzione della stessa non possono essere denunciate nel ricorso proposto contro il decreto di espulsione ma sono oggetto del giudizio di convalida dell’accompagnamento alla frontiera o del trattenimento nel CIE.

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Cons. Stato 5040/2017 su diniego del permesso di soggiorno per motivi di lavoro e omessa valutazione dei motivi familiari

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Rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari anche al convivente straniero di cittadino italiano in luogo del permesso di soggiorno per lavoro subordinato

Cons. St., sez. III, 31 ottobre 2017, n. 5040

Straniero – Permesso di soggiorno – Per lavoro subordinato – Diniego per rapporto di lavoro fittizio – Rapporto di convivenza dello straniero con cittadino italiano – Omessa valutazione possibilità di rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari – Illegittimità.

È illegittimo il diniego di rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato, opposto allo straniero extracomunitario in considerazione della mancanza di un reddito minimo idoneo al suo sostentamento sul territorio nazionale se, nonostante la sostanziale natura fittizia del rapporto di lavoro (nella specie, di collaborazione domestica), sussiste un rapporto di convivenza evidente e dichiarato, che avrebbe onerato la Questura a valutare, ai sensi dell’art. 5, comma 9, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi familiari ai sensi dell’art. 30, comma 1, lett. b), dello stesso decreto; tale  disposizione, infatti, seppure introdotta per regolare i rapporti sorti da unioni matrimoniali, non può non applicarsi, in base ad una interpretazione analogica imposta dall’art. 3, comma secondo, Cost., anche «al partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata con documentazione ufficiale», secondo la formula prevista, seppure in riferimento al diritto di soggiorno di un cittadino di uno Stato membro UE dei suoi familiari in un altro Stato membro, l’art. 3, comma 2, lett. b), d.lgs. 6 febbraio 2007, n. 30 (1)

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Cass. 26120/2017 sulle questioni relative alla validità dell’espulsione e quelle relative alla sua esecuzione

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La Cassazione ribadisce che l’omessa concessione del termine per la partenza volontaria e la sussistenza del rischio di fuga sono questioni attinenti non alla validità dell’espulsione bensì all’esecuzione della stessa e non possono quindi essere denunciate nel ricorso proposto contro il decreto di espulsione ma sono oggetto del giudizio di convalida dell’accompagnamento alla frontiera o del trattenimento nel CIE.
(Conf. Cass. 15185/2012, 10243/2012)

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